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Dialettica e Filosofia: recensioni
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20/12/2007

HOSEA JAFFE,DAVANTI AL COLONIALISMO.

Hosea Jaffe, Davanti al colonialismo: Engels, Marx e il marxismo, Jaca Book, Milano 2007, pp.95

a cura di Elena M. Fabrizio

 

Studioso del colonialismo dal punto di vista del marxismo, di quella teoria che più di ogni altra ne ha evidenziato con sistematicità e costanza i meccanismi economici e gli effetti disumani, in questo agile volumetto, Jaffe ripropone con toni intensi e appassionati l’attualità dell’interpretazione marxiana di una delle pratiche più ingiuste della storia moderna,  nonché modalità costante dello sviluppo del capitalismo avanzato di ieri e di oggi. E lo fa puntualizzando sulla dissonanza di atteggiamenti teorici ed etici che i suoi padri hanno avuto nel valutare e comprenderne la logica. Una distinzione da rimarcare per rigore teorico e storico, perché nella cecità dell’uno (Engels) e nella lucidità dell’altro (Marx) si iscrive il potenziale interpretativo del marxismo, della sua modernità.

La legittimazione del colonialismo presente negli scritti di Engels non è una novità.  Jaffe la accentua per evidenziarne la provenienza non marxiana, l’intreccio presente in quella legittimazione tra pregiudizi razzisti e l’assunto storico-materialistico secondo il quale lo sviluppo e la vittoria del modo capitalistico di produzione sono condizione necessaria per il suo rovesciamento attraverso la rivoluzione proletaria. Con quest’auspicio Engels giustificò la conquista francese dell’Algeria, quella del Messico da parte degli Stati Uniti, la colonizzazione italiana dell’Etiopia. E, sebbene a conquiste avvenute, si trovino testimonianze dell’indignazione espressa da Engels sulle atrocità e crudeltà commesse da francesi, inglesi ed europei in genere, egli rimase fedele a tre princìpi «imperialistici». Quello della superiorità e, quindi, della supremazia europea; quello della necessità storica dell’evoluzione del capitalismo al posto di altri modi di produzione basati sulla divisione in classi, e perciò anche delle formazioni sociali preclassiste, come fu il caso dell’Algeria; quello della necessità storica della sua diffusione planetaria. Princìpi che segnano la differenza da Marx, e la deviazione colonialistica del pensiero di Engels dal marxismo, il quale, nonostante la deriva sovietica, si rivelerà scientificamente e storicamente più corretto dell’impostazione engelsiana. Marx infatti sosteneva, com’è noto, che la teoria della successione dei modi di produzione (schiavitù, feudalesimo, capitalismo, socialismo) non dovesse seguire un cammino necessario; riteneva che la Russia potesse saltare lo stadio capitalistico, passando dal feudalesimo al socialismo; sostenne la teoria della rivoluzione permanente, poi riassunta da Trotckij nell’alleanza rivoluzionaria tra proletariato e contadini, e confermata dalle rivoluzioni socialiste del XX secolo, avvenute in nazioni ancora non assorbite nell’economia e politica capitalistiche.

La posizione di Engels è poi aggravata dal motivo razzista del suo sostegno al colonialismo, testimoniato dall’uso di categorie di sottoumanità, al suo tempo assai diffuse, con le quali commentava il successo delle conquiste. All’incapacità dell’ispiratore e fondatore dell’Internazionale socialista, del coautore del Manifesto, quale Engels fu, di prendere le distanze dal razzismo europeista del XIX secolo, si affianca la cecità a cui lo conduceva proprio l’ideologia della necessità storica del capitalismo. Seguendo quest’idea in modo cieco, non si rese conto del legame intrinseco che si era venuto a creare tra il sistema capitalistico e l’idea spregiativa, evoluzionistica della razza, del sostegno ideologico che questo pregiudizio fornì al colonialismo. Questi fattori, il doppio volto Giano di Engels, lo escludono dalla grande tradizione marxista (Marx, Lenin, Trotckij, Rosa Luxemburg, ecc.) o quanto meno lo rendono un marxista incompleto. Lo studio di Marx del sistema coloniale come fonte di crescita del capitale mercantile e finanziario, i suoi costanti e reiterati moniti contro il razzismo, la soggezione, l’espropriazione e lo sfruttamento degli indigeni; l’esplicita difesa per la liberazione degli africani di Rosa Luxemburg, o per quella degli indiani e dei neri d’America da parte di Lenin, rendono la posizione di Engels indifendibile e il suo riconoscimento quale padre del marxismo ingiustificato.

Pure Marx, certo, commise qualche errore di giudizio, come fu nel caso del sostegno dato alla guerra franco-prussiana, che condusse direttamente alla repressione della Comune parigina del 1871, del proletariato francese e alla politica coloniale tedesca in Africa; come fu nel caso dell’ammirazione espressa verso Lincoln (razzista e sostenitore dell’apartheid razziale); o ancora dell’immigrazione europea nella quale vedeva la possibilità dello sviluppo del proletariato americano, o del sistema schiavistico nel quale riusciva a scorgere pure il lato «buono» per lo sviluppo dell’industria e la formazione del capitalismo americano. Tuttavia, Marx espresse una chiara posizione morale contro la schiavitù in America, il commercio degli schiavi, lo sfruttamento delle colonie, e il lato «buono» che in essa vi scorgeva, dipende, come sostiene Jaffe, dal carattere oggettivo del materialismo storico-dialettico (schiavitù, cotone, industria, capitale, commercio globale), che non gli impedì di essere «rivoluzionario» (anticolonialista) nella sua analisi sulla genesi colonialistica del capitalismo. Una posizione presente in tutti i suoi scritti, dalla tesi universitaria su Democrito ed Epicuro, al Capitale, supportata inoltre dagli articoli e dalle corrispondenze private. Nella schiavitù e nel colonialismo (e non nella lotta di classe contro il modo di produzione feudale) Marx vide la genesi dell’universalità e dello sviluppo globale del capitalismo, dell’accumulazione originaria, della formazione della borghesia, della politica di potenza e della crescente conflittualità tra le nazioni europee. Ma egli non fu mai determinista, e il suo materialismo non fu mai meccanico, perciò egli poteva descrivere la dialettica del processo, teorizzarne deviazioni, condannare il colonialismo e la schiavitù.

Oggi, il rapporto tra globalizzazione e capitalismo porta dentro di sé questo germe colonialista; la diffusione di un sistema economico che alimenta se stesso sulle risorse dello sfruttamento, della schiavitù, del plusvalore è ancora una valida chiave di lettura per denunciare quello che Jaffe definisce il colonialismo odierno che «dona un superplusvalore ai paesi colonialisti (ora imperialisti)», in termini di tributi, risorse, lavoro operaio e contadino.

Con la sua lunga vicenda, dal XVI secolo a oggi, il colonialismo resta la pratica più disumana, perversa e distopica della nostra società-storia, della nostra umanità; senza questa pratica non si capirebbe lo stato di miseria e povertà nel quale gran parte della popolazione mondiale continua a non vivere. Contro questa indecenza la comunità internazionale dovrebbe dare chiari segni di una politica riparatrice effettiva e concreta, che il pensiero e la prassi utopica dovrebbero sostenere risvegliando le energie critiche, creative, progettuali. Purtroppo, la critica del rapporto tra capitalismo e colonialismo, delle distorsioni economiche e sociali del capitalismo liberista, viene spesso rimossa dalla coscienza pubblica proprio in virtù di questa matrice marxiana, giudicata retaggio interpretativo di un’”ideologia morta” o data per sconfitta. Ricordandoci le sue denunce, Jaffe vuole restituire alla storia un marxismo «assolutamente moderno» per aver lasciato, a chi lo voglia ereditare, un «fondamento teorico» all’antimperialismo di oggi.

FONTE: Rivista di Studi Utopici, n. 3 aprile 2007, pp.192-195.

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