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Dialettica e Filosofia: recensioni
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20/12/2007

L. TUNDO FERENTE, MORALITÀ E STORIA.

Laura Tundo Ferente, Moralità e storia. La costruzione della coscienza etica moderna, Bruno Mondadori, Milano 2005, pp. 265.

a cura di Elena M. Fabrizio

 

Declino, crisi, disagio; aporie, fallimenti, discontinuità, sono le categorie con le quali può accadere di vedere interpretata la narrazione moderna, sullo sfondo di un atteggiamento disfattistico o di amara autocritica. Quelle categorie sembrano, però, aver esaurito il loro potenziale interpretativo, nella misura in cui spesso trascurano la dinamica storica o ne evidenziano solo il negativo, e perciò non sono in grado di cogliere acquisizioni etiche profonde, vincoli consolidati di giustizia. Rispetto a questi scenari, nel libro di L. Tundo Ferente, l’unità di moralità e storia è ricercata in una prospettiva insieme reattiva e propositiva, che vuole contribuire, con metodo storico-critico, alla comprensione della formazione della coscienza etica moderna, senza però limitarsi alla ricostruzione teorica, all’apporto di singoli autori.

Si tratta, infatti, di un percorso storico e teorico che analizza, con equilibrio e chiarezza, i principi e vincoli etici della libertà, eguaglianza, giustizia, sovranità, solidarietà, responsabilità entrando nei processi di maturazione della coscienza storica, e cioè nella dinamica degli eventi, delle lotte, delle conquiste emancipative. Processo complesso di graduale e universale liberazione, del quale pensatori e filosofi non sono stati i principali vettori e protagonisti, sebbene  abbiano spesso recepito, e qualche volta anticipato, le istanze organizzandole in importanti sistemazioni morali e giuridico-politiche. Le esperienze delle rivoluzioni moderne, inglese americana francese russa, i movimenti come la guerra contadina tedesca, le lotte in genere dei ceti emergenti e delle classi subalterne, sono i tempi e spazi storici di coloro che hanno agito secondo bisogni, esigenze concrete, aspirazioni, speranze, e però anche momenti altamente formativi di un processo più ampio. Tesi che anima il discorso è, infatti, quella che vede nel moderno il passaggio verso una sempre maggiore acquisizione dei principi etici e dei vincoli dell’agire, della consapevolezza e diffusione del loro valore universale, che ha condotto all’esigenza di fissarli in forme universalmente vincolanti quali sono le Carte dei popoli, le Costituzioni degli Stati e delle organizzazioni internazionali. Cammino di acquisizione-costruzione, definito dall’autrice di tipo «globalmente lineare», approfondito a partire dagli albori della modernità e dei suoi presupposti umanistico-rinascimentali fino alle soglie della contemporaneità, con i suoi problemi ancora legati all’estensione dell’eguaglianza materiale, alla diffusione planetaria dei diritti umani, al rapporto tra democrazia e coesistenza pluralistica di ethos e culture. E compreso anche nelle sue fasi di discontinuità, alienazione, sconfitta, delusione, sospensioni parziali di un cammino che però attesta, in fasi successive più favorevoli, segnali di ripresa e di maturazione.

Autonomia, autogoverno, sovranità popolare, che già nella dignitas, con i suoi correlati umanistici di operosità e virtù, trovano il loro fondamento incoativo e propulsivo, sono ripercorsi a partire dall’esperienza dei Comuni medievali, nella loro ripresa storica con i movimenti che preparano e animano la rivoluzione inglese, quella francese, fino alla breve esperienza dell’autogestione democratica dei soviet russi. Passaggi che fondano il vincolo della libertà sia nell’individuo che nella sua costitutiva socialità etica e politica, benché l’autrice non manchi di evidenziare i fattori di disturbo e squilibrio, come quello economico connesso al diritto di proprietà.

La riflessione sui diritti naturali è posta in correlazione alle trasformazioni dei rapporti economici, sociali e politici dell’affermarsi dell’individualismo moderno; la grande fioritura del giusnaturalismo del sei-settecento si spiega, infatti, col maturare progressivo di acquisizioni teoriche elaborate dal pensiero teologico e giuridico premoderno, ma anche di principi di matrice evangelica che avevano già trovato una loro rivendicazione nella rivoluzione inglese del Lungo Parlamento. Il diritto naturale razionale e il suo correlato dell’eguaglianza naturale muta radicalmente la base di legittimità dello stato e in genere attesta un cammino che, dalla condizione originaria di eguale natura e dignità, viene introdotto dalla modernità sul piano storico, trasposto in quello giuridico e quindi elevato ad applicazione universale. Se ne analizzano poi i fattori di crisi, lo slittamento verso elementi di artificialità e utilità; la deviazione verso forme di legittimità giuridica su base economica; il passaggio a diritto coercitivo e istituzionale, fino al diritto astratto e al razionalismo giuridico.

Un importante intermezzo storico è dedicato al principio di eguaglianza, al suo «tormentato» percorso nella rivoluzione inglese, in quella americana, fino a quella francese, dove assume un significato più umano e universale, finalizzato a indicare le garanzie del pieno esercizio delle libertà (opinione e stampa, proprietà, sicurezza, resistenza all’oppressione, abolizione dei privilegi feudali, dell’arbitrio giuridico). Sebbene la determinazione del citoyen rimanga legata ancora alla proprietà, al censo, al sesso come condizione per acquisire indipendenza ed effettivo esercizio della politicità (nonostante l’affermata eguaglianza di tutti i cittadini), questi limiti non diminuiscono la portata di un momento storico epocale, che vede comparire sulla scena decisionale e politica circa quattro milioni di elettori. Sarà, infatti, la progettualità innovativa del contromovimento popolare dei sans-culotte a rivendicare l’eguaglianza in proposte politiche ancora più avanzate e precise, di esercizio diretto del potere, diritto delle assemblee primarie ad emanare leggi, controllare funzionari, revocare gli eletti; «eguale godimento» ed estensione della proprietà a tutti, che si opponeva al principio di proprietà dei pochi. Bloccata dalla chiusura della borghesia verso forme di conservatorismo e alienazione dei principi rivoluzionari, l’attenzione popolare sull’eguaglianza contribuirà ad una comprensione e attuazione che si sposterà dal piano giuridico-formale a quello socio-economico, ai problemi di sempre della povertà e della soddisfazione del bisogno.

Non a caso, saranno la tradizione del socialismo utopico, quello ottocentesco fino a Marx ed Engels, e poi le lotte del movimento operaio, a restituire nuovo slancio e vitalità al principio di eguaglianza a partire dal punto nel quale era stato bloccato e deluso con la fine della rivoluzione francese. Sancito nelle Carte costituzionali, come condizione di eguali diritti politici e di più estesi diritti sociali ed economici, l’eguaglianza accompagna la formazione dello stato sociale volto a garantire la promozione del benessere di tutti i cittadini. E se l’esito fallimentare della rivoluzione russa conduce alla valutazione storica dell’errore-orrore sovietico, e perciò alla necessità di declinare l’eguaglianza sempre insieme ai diritti di libertà, l’attenzione per il binomio eguaglianza-giustizia e per un’opportuna rimodulazione del modello economicistico e liberalistico del principio di libertà, rimane impellente problema delle politiche contemporanee, nonché il perno intorno al quale avanza la riflessione etico-politica del 900.

Nel confrontarsi criticamente con quest’ultima, si evidenziano i limiti di quegli approcci che astraggono la libertà dal principio di eguaglianza, o rinunciano a individuare criteri assiologici universali (Berlin), o restringono, anche nel caso di prospettive più attente alla giustizia ed equità (Rawls), le libertà fondamentali al piano formale, separandole dalla valutazione economica e dalle condizioni materiali, senza le quali non è possibile l’esercizio dei diritti. Un confronto che chiarisce con efficacia le grandi questioni etiche del novecento, abbraccia un ricco ventaglio di autori (Oppenheim, von Hayek, Apel, Habermas, Sen, Nussbaum, i teorici liberali e comunitari), sino alla trattazione dei principi della solidarietà e responsabilità ripercorsi nella loro genesi giuridica, religiosa, filosofica e nella loro progettualità e verifica storica.

            L’autonomia kantiana, la libertà morale, la dignità fondata sulla natura razionale, e l’estensione della moralità alla società governata dal diritto, dalla giustizia, dalla pace, sostengono e motivano questa preziosa ricerca. Certamente se ne argomentano anche i limiti formali e storici, che però non inficiano l’insuperabile tensione che ispira e motiva l’universalismo egualitario. Il quale è qui analizzato con ragionevole equilibrio, e cioè tanto negli effetti di scompenso provocati dall’affermazione scientifico-tecnologico-industriale e dalle forme di espansione-penetrazione della civiltà occidentale sul mondo intero, quanto nella volontà di diffondere ciò che una parte dell’umanità ha sperimentato e in parte consolidato, attraverso «un’esperienza storica di lotta al privilegio e all’ingiustizia-ineguaglianza». Nella sua intenzione di fondo, la spinta universalistica delle eguaglianze etico-politiche considera la comune appartenenza alla specie, alla natura e ragione umana come il suo vincolo supremo.


FONTE: http://www.babelonline.net/PDF07/Fabrizio_Tundo_Moralità%20e%20storia.pdf

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